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«Per non sposarsi si va in America»: lo cantava Francesco De Gregori raccontando l’epico viaggio del monumentale Titanic, primo e ultimo, e pertanto incastonato nella leggenda. E a prendere la via del Nuovo Continente per fuggire un già stabilito destino coniugale erano, nei versi del cantautore romano, le “ragazze di terza classe”, certe di trovare Oltreoceano una “modernità” che le rendesse libere dai vincoli che la tradizione generava nella madre patria. Daniele Pacini ha 35 anni ed è un bolognese doc. Anche lui ieri ha intrapreso la traversata dell’Atlantico. Al posto della nave un aereo, che nei comfort assomiglia - immaginiamo - alla signorile prima classe del grande barcone di inizio secolo. Ma anche per lui, come per i viaggiatori della “economy” del Titanic, questo viaggio significa “fuga”, anche per lui il nemico da cui fuggire si chiama “tradizione”. Daniele infatti è omosessuale, ha una felice relazione che dura da sei anni con un suo coetaneo canadese. E Daniele, il suo partner, vorrebbe diventasse suo marito. Vorrebbe sposarsi insomma, così come fanno migliaia di omosessuali in Europa e non solo. Ma in Italia no, in Italia non si può. In Canada però tutto questo è possibile, quindi Daniele proprio oggi pronuncerà il suo sì dinanzi alle autorità di Vancouver. Nel suo viaggio l’aspirazione di un emigrante, di un uomo costretto alla valigia per rendere concreta un’aspirazione, per dare corpo a un sogno. «Noi gay siamo trattati in Italia come cittadini di terza classe - dice - paghiamo le stesse tasse degli altri connazionali, ma non abbiamo gli stessi diritti. Il Canada anni fa ha modificato la propria Costituzione per allargare l’istituzione del matrimonio anche alle coppie gay e lesbiche».

Quando avete deciso di sposarvi?
«Il mio fidanzato negli ultimi sei mesi è stato impegnato in un contratto di lavoro negli Stati Uniti. La distanza, che credevamo potesse far vacillare il nostro rapporto, si è rivelata in realtà un grande collante. e al suo ritorno abbiamo deciso di compiere il grande passo».
Cosa avete provato quando avete saputo che i Pacs non sarebbero stati inclusi nel programma elettorale del centrosinistra?
«Una grandissima delusione, ma non una grande sorpresa. Le pressioni che anche il centrosinistra subisce da parte dei poteri religiosi in Italia è ormai sotto gli occhi di tutti. Non credo che questo governo, nella situazione in cui opera, potrà fare qualcosa di concreto per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. Ma la speranza è l’ultima a morire...»
Dopo le nozze tornerete in Italia?
«Sì»
Quindi il vostro matrimonio non servirà a garantirvi maggiori diritti, dal momento che lo Stato italiano, per ora, non lo legittimerà...
«Il nostro matrimonio è un gesto privato, nostro. Il nostro ritorno in Italia sarà un ritorno alle fila in questura alle quali siamo periodicamente costretti in quanto il mio fidanzato, a tutti gli effetti, è un extracomunitario. Questo è uno degli aspetti sui quali molti degli oppositori ai Pacs tacciono. Perchè non esiste alternativa al matrimonio per noi per normalizzare la nostra situazione».
Che scelte avete fatto per la cerimonia?
«Scelte piccole, molto piccole. Sarà una cerimonia intima, con pochi amici e parenti, nessuna spettacolarità. Il nostro matrimonio è la nostra celebrazione di quello che c’è tra noi. Non ci interessa il matrimonio come ipoteca sulla vita l’uno dell’altro».
I vostri familiari come hanno reagito?
«Tutti entusiasti. Questo evento potrebbe essere una stranezza solo per chi nella sua vita non ha mai incontrato un omosessuale. Ma ormai la maggioranza degli italiani ha imparato a convivere con coppie formate da due persone dello stesso sesso, e la possibilità di legittimare queste unioni non credo possa costituire un elemento di grande stravolgimento nel pensiero dominante. Darebbe solo un nome a ciò che, nei fatti, già esiste. In fondo non togliamo nulla alla famiglia tradizionale, anzi aggiungiamo un valore».
Eppure quando si è trattato di manifestare sui Pacs, anche in seguito alla recente esclusione dal programma dell’Unione, la società civile si è mostrata poco solidale, quasi che i Pacs fossero uno strumento appanaggio esclusivo degli omosessuali...
«La coscienza collettiva non è focalizzata su questa richiesta. Poi sicuramente sul tema esiste una distorsione mediatica. Il Papa ha platee e canali infinitamente più grandi della nostra comunità. Un modello di informazione anglosassone su questo tema porterebbe sicuramente più equilibrio tra gli spazi dedicati a sostenitori e detrattori delle unioni fra gay e lesbiche».
Eppure sono stati compiuti grossi passi avanti...
«Sicuramente: se pensiamo a soli cinque anni fa la parola Pacs era ignota ai più e l’idea che due persone dello stesso sesso potessero unirsi in matrimonio altrettanto. Inoltre il fatto di fare capo all’Unione Europea porta lo stato italiano a dover prendere seriamente in considerazione il percorso di riconoscimento di diritti alle coppie omosessuali. Dovremo prima o poi adeguarci a quello che tutto il resto dei Paesi europei sta facendo. Per questo penso che l’Europa sia sicuramente un modello che ci poreterà progresso».
Daniele, dopo il grande passo adotteresti un bambino?
«Certo che lo farei. È ormai accertato che nella crescita di un bimbo non possa arrecare alcun danno la composizione omosessuale della coppia genitoriale».

Il è detto quindi, l’anello è già al dito. Dall’Italia sono giunti i fiori degli amici del Cassero, realtà in cui Daniele ha inspessito la propria dimensione di militante. E anche il bouquet è in viaggio, in un lancio che tenta, anche lui, di varcare l’Oceano: «Lo lancio simbolicamente in Italia - conclude Daniele - perchè presto anche i miei connazionali possano coronare questo sogno».



Da Il Domani di Bologna, a cura di Vincenzo Branà.

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