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“Sei gay?” “Perchè me lo chiedi? È prevista una nuova detrazione sulle tasse?” “Molto spiritoso, James. No. Non abbiamo mai parlato della tua sessualità, e se sei gay, voglio poterti sostenere nel modo giusto” “E se fossi etero non mi daresti sostegno?” “Ma certo. Però gli etero non hanno bisogno di sostegno, sono la norma. Ma i gay sì. Quindi dovrei fare un po’ di attenzione. Voglio sapere solo questo: devo fare un po’ di attenzione? Devo evitare di dire che la pasta è da finocchi?” “Papà se sei omofobico non voglio che cambi per me”...
Incredibilmente dotato di vis polemica per qualcuno convinto che “parlare è assurdo perchè è impossibile comunicare con precisione quello che si pensa”, James è il diciottenne per sua stessa ammissione “adolescente disturbato” (anche se non resiste a puntualizzare: “Alla faccia del politicamente corretto. Non potrei essere un adolescente speciale? O diversamente abile?”), protagonista del secondo romanzo di Cameron.
Come molti adolescenti speciali, James vive di fantasie più che di realtà: sapendo di essere gay “anche se non aveva mai fatto niente di gay e non sapeva se lo avrebbe mai fatto”, prova ad adescare in chat John, l’assistente di sua madre, con un profilo inventato, sperando che, una volta smascherato, il fatto di aver saputo inventare una personalità interessante, possa rivelare agli occhi di John la sua potenzialità di diventare quella persona; e detestando i suoi coetanei "schiavi di un cieco conformismo", spera di convincere i genitori a non mandarlo all’Università e a dargli invece i soldi messi da parte per essa per comprarsi una casa stile coloniale nel Kansas, dove andare a vivere da solo dedicandosi alle letture. D’altra parte, la breve esperienza avuta nella galleria d’arte della madre (che espone con scarso successo una serie di “pattumiere d’artista” giapponese: “ecco cosa succede quando ti ficchi in certe professioni: sei obbligato a dichiarare che i bidoni della spazzatura ti parlano”, è il suo commento), gli sta facendo capire che il mondo degli adulti è "stupidamente brutale e pericoloso come il regno dell'infanzia" e che, come gli spiega il padre, per lavorare a New York bisogna essere “squali o avvoltoi” (resiste appena alla tentazione di chiedere se esistano lavori per “agnelli o conigli”, a cui si sente più affine).
L’episodio che costituisce l’antefatto cronologico della narrazione, una crisi di panico che lo coglie quando viene mandato in gita scolastica a Washington, rivela però un aspetto preoccupante, anche se non insolito nelle problematiche adolescenziali: delle fantasie di morte che spingono i genitori a mandarlo da una psicoterapeuta. Durante le cui sedute emerge, con grande sottigliezza, un importante sottotesto del libro (se non il suo proprio “vero soggetto”, come ha sostenuto la New York Review of Books): le aspettative sul mondo e sulla vita di un ragazzo che due anni prima era stato testimone, dalle finestre della sua scuola, dell’attentato dell’11 settembre. Attentato del quale ricorda con fascinazione un articolo letto su una delle vittime, una donna così solitaria per cui nessuno ne aveva denunciato la scomparsa per un mese (“mi pareva bello... come filarsela da una festa alla chetichella”); ma che getta anche una luce diversa sui suoi desideri di fuga da New York, sulla sua embrionale consapevolezza dell’età adulta, e sul brindisi che gli propone, nelle ultime pagine del libro, l’amata nonna (“Ha alzato il bicchiere: ‘Siamo vivi.’ È un brindisi che mia nonna fa spesso, ma non ha sempre lo stesso significato: certe volte vuol dire ‘Be’, almeno non siamo morti,’ e altre ‘Non è meraviglioso essere vivi?’ Non ero sicuro di cosa significasse in quel momento”). L’invettiva proto-punk del Giovane Holden lascia dunque il posto alla velata consapevolezza di una transitorietà che Cameron, nello splendido finale, non sembra voler assegnare solo all’adolescenza.

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