Dal momento in cui gli scienziati identificarono HIV e AIDS, le risposte sociali che hanno accompagnato l'epidemia sono state paura, negazione, stigma e discriminazione.
La discriminazione si è estesa rapidamente, così come l’ansia e il pregiudizio nei confronti dei gruppi maggiormente colpiti e delle persone sieropositive. Va da sé che i fenomeni sociali che ricadono su HIV e AIDS sono direttamente proporzionali alle preoccupazioni sanitarie.
Nel mondo la pandemia da HIV si è dimostrata capace di attrarre sentimenti di compassione, solidarietà, sostegno e di tirare fuori la parte migliore delle persone. Ma alla malattia sono associati anche lo stigma, la repressione e la discriminazione, poiché gli individui colpiti (o anche solo creduti colpiti) da HIV sono ancora oggi, in molti casi, respinti dalle loro famiglie, dai loro amori e dalle loro comunità. Una discriminazione, un rigetto che avviene nei paesi ricchi del nord come nei paesi più poveri del sud.
Lo stigma è uno strumento potente di controllo sociale. Può essere utilizzato per emarginare, escludere ed esercitare un potere sopra individui con determinate caratteristiche. La discriminazione che alcuni gruppi sociali (ad esempio 'omosessuali, tossicodipendenti, prostitute e prostituti') subiscono ancora oggi, può addirittura aiutare l’infezione: la malattia in molti casi, è rinforzata dalla discriminazione. Attribuire a questi gruppi la colpa della malattia, è un modo per alcuni per evitare le responsabilità sociali, come, ad esempio, quella di avere cura di tale parte della popolazione e tenere presenti le loro esigenze sanitarie.
Nella nostra società la persone sieropositive sono spesso viste con disprezzo, come gruppo minoritario, fra cui il nostro, da emarginare. In alcuni casi l’infezione viene collegata con la perversione (e gli infettati subiscono la “punizione divina”) o alla irresponsabilità personale. Si crede talvolta che HIV e AIDS portino vergogna sulla famiglia o sulla comunità. Posizioni che si alimentano e sono, nello stesso tempo, rafforzate da idee o ideologie dominanti relative al bene o al male in riferimento a sesso e malattia e comportamenti decorosi o sbagliati.
I fattori che contribuiscono allo stigma relativo all’HIV/AIDS sono molti, provo a riassumerli in questo modo:
HIV/AIDS è una malattia che minaccia la vita
La gente è spaventata e teme di contrarre l’HIV
La persona sieropositiva è spesso vista come un untore, responsabile di essersi infettato e di poter infettare gli altri.
Le opinioni religiose o morali portano alcune persone a credere che avere l’HIV/AIDS è il risultato di un difetto morale, un peccato (come promiscuità o 'sesso deviante') che merita per essere punito.
La mancanza di informazione seria e corretta, il fatto che di HIV si è smesso di parlarne e la conseguente ignoranza generalizzata, fanno sì che la discriminazione progredisca trasversalmente ai vari settori della società. Così vediamo discriminazioni nel mondo del lavoro, nei rapporti umani e perfino nell’ambiente sanitario dove le persone sieropositive vengono a volte emarginate, escluse, colpevolizzate.
Le malattie a trasmissione sessuale sono note per innescare reazioni forti nei vari settori della società. Nel passato il terrore suscitato da alcune epidemie ha portato all’isolamento di molte persone a prescindere dalla contagiosità reale o presunta della malattia. Così è stato per l’AIDS che da subito è stato associato ad immagini o situazioni tali da legittimare la stigmatizzazione, per esempio:
HIV/AIDS = Punizione (per un comportamento immorale)
HIV/AIDS = Reato (rispetto a vittime innocenti e colpevoli)
HIV/AIDS = Orrore (demonizzazione delle persone sieropositive che possono infettare altri)
HIV/ AIDS = Diversità (In cui la malattia è un'afflizione di quelli che vogliono essere diversi).
Insieme all'opinione diffusa che essere HIV positivi è cosa di cui vergognarsi, queste immagini rappresentano spiegazioni 'preconfezionate' quanto imprecise che forniscono un carburante potente sia allo stigma che alla discriminazione. Questi stereotipi fanno anche si che parecchie persone evitino di pensare che potrebbero essere venute a contatto con il virus e spesso la rimozione di questo pensiero, causato dalla pericolosità della discriminazione, porta all’aumento dei casi di infezione.
In alcuni Paesi, leggi, regole e politiche possono aumentare lo stigma verso le persone che vivono con HIV.
Nella maggior parte dei casi, le pratiche discriminatorie come la identificazione di “gruppi a rischio” aiutano sia lo stigma verso tali gruppi, sia la creazione un falso senso in sicurezza tra coloro che non sono considerati a rischio.
Una mentalità stupida che oggi, come sappiamo, ha portato all’aumento vertiginoso di casi di HIV fra la popolazione eterosessuale.
Le leggi che insistono sulla notifica obbligatoria di casi HIV/AIDS, sulla restrizione del diritto di ad anonimato e riservatezza, così come alla libertà di spostamento, trovano giustificazioni completamente assurde nella volontà di tenere lontana l’infezione dal proprio territorio come se la sieropositività fosse una colpa, e una colpa degli altri: gli stranieri in questo caso.
In risposta, numerosi Paesi tra cui il nostro, hanno emanato leggi tese a proteggere i diritti e le libertà delle persone sieropositive e a salvaguardarle dalla discriminazione. Molte di queste leggi hanno cercato di assicurare loro il diritto al lavoro, alla privacy, di accesso alle informazioni, al trattamento e al sostegno.
Purtroppo spesso queste norme vengono disattese e sono molti i casi di fuga di notizie con buona pace della privacy.
Oppure, come accade in Italia, l'esistenza di HIV e AIDS viene ignorata, non se ne parla più e si trascura di rispondere alle necessità delle persone sieropositive. Pertanto, non riuscendo a dare il giusto peso all’epidemia, cresce l'opinione che l’HIV “non riguarda me” per citare una delle modalità di negazione più comune. Una negazione che fa crescere ulteriormente lo stigma sull’AIDS rendendo gli infetti individui strani, diversi, da tenere distanti, da discriminare.
Donne
L'impatto di HIV/AIDS sulle donne è molto forte.
Le donne HIV positive sono trattate diversamente dagli uomini in molti Paesi, in parte anche in Italia. Solo da poco, e grazie al paziente lavoro di gruppi di attivisti, le donne possono fare parte delle coorti di sperimentazione dei nuovi farmaci, il che ci fa pensare che la maggior parte dei farmaci in commercio siano stati pensati, strutturati e sperimentati sul il corpo maschile che è evidentemente diverso da quello femminile. Per non parlare delle difficoltà cui può andare incontro una donna sieropositiva che desideri avere un figlio ed alla differenza di trattamento nel caso che sia un uomo sieropositivo a volere un figlio.
Lavoro
Nella gran parte dei lavori è impossibile la trasmissione del virus, eppure il presunto pericolo di trasmissione è utilizzato da numerosi datori per chiudere, modificare o rifiutare un rapporto di lavoro.
CGIL ha denunciato l’uso strumentale e assolutamente inutile del test Elisa, come condizione avere accesso ad un impiego nonostante la legge italiana (135/90) lo vieti espressamente e non mi riferisco solo di lavoro interinale, dove i diritti dei lavoratori sono spesso solo una chimera.
Assistenza sanitaria
La mancanza di riservatezza è spesso un problema. La condizione di sieropositivo porta alla possibilità di non pagare tutta una serie di prestazioni sanitarie e medicinali grazie ad un codice, diverso da regione a regione, che identifica la patologia.
Questo codice viene ovviamente visto da tutto il personale sanitario (medici, infermieri, farmacisti) ed è spesso noto anche al di fuori dell’ambito sanitario. A noi non resta che la speranza che siano tutte persone serie. Purtroppo non sono pochi i casi di persone che vengono fatte oggetto di domande tese a identificarle come persone sieropositive e, di conseguenza, a subire la discriminazione.
Ci sono casi di pazienti sieropositivi respinti da medici, che semplicemente si sono rifiutati di fare il loro lavoro su pazienti con HIV, o che sono stati trattati in modo discriminatorio: ad esempio esami clinici fatti per ultimi, magari dopo un’intera giornata di digiuno, o persone sottoposte a terapie che non c’entravano nulla con hiv in modo discriminatorio, diverso dagli altri, senza nessuna valida ragione medica.
Test per l’HIV vengono comunemente effettuati senza il consenso del paziente, obbligatorio in Italia, anche in alcuni ospedali della nostra regione.
Sanità e lavoro spesso “si uniscono” al fine di causare ulteriori problemi. Ci sono stati casi, anche nella nostra civilissima Italia e a Bologna, di infermieri sieropositivi che hanno rischiato di perdere il posto a causa di improvvide fughe di notizie, rispetto alle quali la possibilità di tutelarsi è scarsa. Casi di personale sanitario che ha perso o non ha ottenuto il lavoro perché ritenuto, a prescindere da un serio accertamento, non in grado di svolgere una mansione, altri che, pur avendo vinto concorsi, non sono stati poi assunti perché sieropositivi. Altri ai quali sono state cambiate le mansioni e la tipologia del lavoro svolto.
Famiglie
Ci sono ancora oggi persone che vengono cacciate da casa, donne o uomini sposati che si ritrovano sole e soli ad affrontare l’infezione, lasciati dai rispettivi coniugi per il timore del contagio.
Non solo ma la paura di essere discriminati porta molti a rifiutare di fare il test per l’HIV, o a rifiutare le terapie.
Che fare?
Sicuramente si rischia ancora molto a rendere pubblico il proprio stato: la perdita del posto di lavoro, della famiglia, della rete sociale di aiuto, l’emarginazione sociale.
In alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, vige il divieto di ingresso alle persone sieropositive, ma anche in alcuni Stati dell’UE vi sono limiti alla possibilità di ingresso delle persone con HIV. Per fortuna almeno questo in Italia non avviene.
Ormai sono oltre 33 milioni nel mondo le persone che vivono con l’hiv. Combattere lo stigma e la discriminazione è importante per fermare la pandemia quanto lo sviluppo di nuovi medicinali.
Superare la discriminazione non è facile, ma attraverso la diffusione di informazioni corrette e, soprattutto, chiare e mirate è possibile riuscirci.
Un primo step può essere messo in opera dalle istituzioni attraverso leggi esplicite ed applicabili che chiariscano quali sono i diritti delle persone sieropositive, molte delle quali ancora oggi non hanno consapevolezza dei loro diritti in campo sanitario, previdenziale, nel mondo del lavoro. In Italia, per esempio, c’è una certa confusione rispetto alla norma 135/90 che è stata in parte sottoposta al giudizio negativo della Corte Costituzionale la cui sentenza (218/94), tuttavia, non ha mai portato ad una chiara modifica della normativa, così che ogni regione la applica in modo diverso.
Le istituzioni devono fornire mezzi potenti di diffusione di informazioni anche su argomenti spesso sottaciuti o tabù come quelli sessuali.
In futuro sarà essenziale anche approntare messaggi, campagne seriamente impegnate nello scopo di ridurre la discriminazione e lo stigma verso le persone sieropositive.
Convegno
Noi, Il Cassero e il Pride nazionale, nel nostro piccolo ci abbiamo proviamo e vogliamo continuare a provarci anche grazie alle sollecitazioni venute dal convegno del 9-10 maggio (http://www.bolognapride.it/hivediscriminazioni), che è concluso con successo, così come dalla campagna contro la discriminazione e lo stigma che abbiamo messo in campo.
Finalmente in Italia si è parlato di come e quanto vengono discriminate le persone sieropositive.
Insieme alle persone che vivono con l’hiv, abbiamo cercato di dare delle risposte, di trovare una strada comune per fare argine contro questa grave ingiustizia.
Scopo del convegno, oltre naturalmente fare il punto della situazione, era far emergere, dalla voce dei diretti interessati, un problema vissuto spesso nel silenzio e far si che le associazioni LGBT, i gruppi di persone sieropositive e di lotta contro il virus cercassero e trovassero un linguaggio comune per fermare l’ignoranza e la paura insensate, cause prime della discriminazione.
Sono emersi esempi drammatici di licenziamenti, di trattamenti diseguali in ambito sociale e perfino sanitario, sono stati denunciati interpretazioni di leggi e norme del tutto arbitrarie che ledono il diritto alla cura e tutti i limiti di un sistema sanitario che, in qualche caso, pone più attenzione al denaro che alla vita delle persone con hiv.
Tuttavia sono emersi anche segnali confortanti grazie al coraggio degli attivisti sieropositivi che non si lasciano intimorire né dal virus, né dall’ignoranza, prendono la propria vita per le corna, si danno da fare e lottano per esigere il rispetto dei propri diritti.
Persone che aiutano gli altri, che trattano direttamente con le case farmaceutiche per ottenere prezzi dei farmaci meno esosi ed effetti collaterali meno pesanti.
Anche grazie al convegno, oggi le persone sieropositive sanno di non essere solo un peso, ma di avere un ruolo ed uno spazio nella società, anche se devono esigerlo con forza.
Il movimento LGBT deve fare la sua parte, attuando politiche unitarie, di movimento appunto, per la lotta contro un virus che purtroppo in Italia ci vede ancora tra i principali protagonisti.
Sono state quindi molto importanti le dichiarazioni di disponibilità completa del responsabile salute di Arcigay, Paolo Patané, del Mario Mieli, Ireos, oltre a 40 associazioni ed enti (tra cui il Ministero e l’ISS) ben rappresentate da più di 100 uditori attenti, che hanno partecipato alle tavole rotonde ponendo domande schiette e dirette.
Un’apertura importante che si è concretizzata nell’interesse verso il progetto, proposto direttamente dal pubblico presente, di un incontro dei cosiddetti “stati generali” centrato sui temi della salute delle persone LGBT, appunto al fine di trovare una strada comune, lasciando finalmente da parte piccinerie e rivalità delle quali si avvantaggia solo il virus HIV.
Affermazioni cui hanno fatto eco le dichiarazioni ferme ed in parte autocritiche del presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso, che ha tratto le conclusioni al termine del convegno, con un invito esplicito a cambiare rotta e lavorare in modo unitario per combattere la discriminazione e il virus
Ora non ci resta che lavorare per organizzare questo incontro e dare finalmente concretezza al documento approvato al Congresso nazionale di Arcigay (www.arcigay.it/prospettive-sulla-nostra-salute), che ha ben definito la salute delle persone omosessuali come elemento strategico della politica di Arcigay.
Bene, è ora di passare ai fatti.
Un primo segnale concreto è stata la realizzazione di un "documento pilota" una sorta di decalogo dei diritti delle persone sieropositive, creato dal basso, come sintesi dei lavori di gruppo realizzati durante il convengo.
Il documento, ancora ovviamente in forma di bozza, verrà sottoposto a tutte le associazioni di lotta contro l'aids e di persone sieropositive, per essere poi redatto e presentato alle autorità sanitarie come una sorta di decalogo, di "linee guida" nate direttamente dal sentire e dalle esigenze delle persone sieropositive.
Sandro Mattioli
Responsabile salute
Arcigay Il Cassero
salute@cassero.it
Nel mondo la pandemia da HIV si è dimostrata capace di attrarre sentimenti di compassione, solidarietà, sostegno e di tirare fuori la parte migliore delle persone. Ma alla malattia sono associati anche lo stigma, la repressione e la discriminazione, poiché gli individui colpiti (o anche solo creduti colpiti) da HIV sono ancora oggi, in molti casi, respinti dalle loro famiglie, dai loro amori e dalle loro comunità. Una discriminazione, un rigetto che avviene nei paesi ricchi del nord come nei paesi più poveri del sud.
Nella nostra società la persone sieropositive sono spesso viste con disprezzo, come gruppo minoritario, fra cui il nostro, da emarginare. In alcuni casi l’infezione viene collegata con la perversione (e gli infettati subiscono la “punizione divina”) o alla irresponsabilità personale. Si crede talvolta che HIV e AIDS portino vergogna sulla famiglia o sulla comunità. Posizioni che si alimentano e sono, nello stesso tempo, rafforzate da idee o ideologie dominanti relative al bene o al male in riferimento a sesso e malattia e comportamenti decorosi o sbagliati.
I fattori che contribuiscono allo stigma relativo all’HIV/AIDS sono molti, provo a riassumerli in questo modo:
HIV/AIDS è una malattia che minaccia la vita
La gente è spaventata e teme di contrarre l’HIV
La persona sieropositiva è spesso vista come un untore, responsabile di essersi infettato e di poter infettare gli altri.
Le opinioni religiose o morali portano alcune persone a credere che avere l’HIV/AIDS è il risultato di un difetto morale, un peccato (come promiscuità o 'sesso deviante') che merita per essere punito.
La mancanza di informazione seria e corretta, il fatto che di HIV si è smesso di parlarne e la conseguente ignoranza generalizzata, fanno sì che la discriminazione progredisca trasversalmente ai vari settori della società. Così vediamo discriminazioni nel mondo del lavoro, nei rapporti umani e perfino nell’ambiente sanitario dove le persone sieropositive vengono a volte emarginate, escluse, colpevolizzate.
Le malattie a trasmissione sessuale sono note per innescare reazioni forti nei vari settori della società. Nel passato il terrore suscitato da alcune epidemie ha portato all’isolamento di molte persone a prescindere dalla contagiosità reale o presunta della malattia. Così è stato per l’AIDS che da subito è stato associato ad immagini o situazioni tali da legittimare la stigmatizzazione, per esempio:
HIV/AIDS = Punizione (per un comportamento immorale)
HIV/AIDS = Reato (rispetto a vittime innocenti e colpevoli)
HIV/AIDS = Orrore (demonizzazione delle persone sieropositive che possono infettare altri)
HIV/ AIDS = Diversità (In cui la malattia è un'afflizione di quelli che vogliono essere diversi).
Insieme all'opinione diffusa che essere HIV positivi è cosa di cui vergognarsi, queste immagini rappresentano spiegazioni 'preconfezionate' quanto imprecise che forniscono un carburante potente sia allo stigma che alla discriminazione. Questi stereotipi fanno anche si che parecchie persone evitino di pensare che potrebbero essere venute a contatto con il virus e spesso la rimozione di questo pensiero, causato dalla pericolosità della discriminazione, porta all’aumento dei casi di infezione.
In alcuni Paesi, leggi, regole e politiche possono aumentare lo stigma verso le persone che vivono con HIV.
Nella maggior parte dei casi, le pratiche discriminatorie come la identificazione di “gruppi a rischio” aiutano sia lo stigma verso tali gruppi, sia la creazione un falso senso in sicurezza tra coloro che non sono considerati a rischio.
Una mentalità stupida che oggi, come sappiamo, ha portato all’aumento vertiginoso di casi di HIV fra la popolazione eterosessuale.
Le leggi che insistono sulla notifica obbligatoria di casi HIV/AIDS, sulla restrizione del diritto di ad anonimato e riservatezza, così come alla libertà di spostamento, trovano giustificazioni completamente assurde nella volontà di tenere lontana l’infezione dal proprio territorio come se la sieropositività fosse una colpa, e una colpa degli altri: gli stranieri in questo caso.
In risposta, numerosi Paesi tra cui il nostro, hanno emanato leggi tese a proteggere i diritti e le libertà delle persone sieropositive e a salvaguardarle dalla discriminazione. Molte di queste leggi hanno cercato di assicurare loro il diritto al lavoro, alla privacy, di accesso alle informazioni, al trattamento e al sostegno.
Purtroppo spesso queste norme vengono disattese e sono molti i casi di fuga di notizie con buona pace della privacy.
| Campagna Cassero 2008: Se discrimini perdi gli aspetti positivi | ||
Donne
L'impatto di HIV/AIDS sulle donne è molto forte.
Le donne HIV positive sono trattate diversamente dagli uomini in molti Paesi, in parte anche in Italia. Solo da poco, e grazie al paziente lavoro di gruppi di attivisti, le donne possono fare parte delle coorti di sperimentazione dei nuovi farmaci, il che ci fa pensare che la maggior parte dei farmaci in commercio siano stati pensati, strutturati e sperimentati sul il corpo maschile che è evidentemente diverso da quello femminile. Per non parlare delle difficoltà cui può andare incontro una donna sieropositiva che desideri avere un figlio ed alla differenza di trattamento nel caso che sia un uomo sieropositivo a volere un figlio.
Lavoro
Nella gran parte dei lavori è impossibile la trasmissione del virus, eppure il presunto pericolo di trasmissione è utilizzato da numerosi datori per chiudere, modificare o rifiutare un rapporto di lavoro.
| Opuscolo CGIL su AIDS e Lavoro | ||
Assistenza sanitaria
La mancanza di riservatezza è spesso un problema. La condizione di sieropositivo porta alla possibilità di non pagare tutta una serie di prestazioni sanitarie e medicinali grazie ad un codice, diverso da regione a regione, che identifica la patologia.
Questo codice viene ovviamente visto da tutto il personale sanitario (medici, infermieri, farmacisti) ed è spesso noto anche al di fuori dell’ambito sanitario. A noi non resta che la speranza che siano tutte persone serie. Purtroppo non sono pochi i casi di persone che vengono fatte oggetto di domande tese a identificarle come persone sieropositive e, di conseguenza, a subire la discriminazione.
Ci sono casi di pazienti sieropositivi respinti da medici, che semplicemente si sono rifiutati di fare il loro lavoro su pazienti con HIV, o che sono stati trattati in modo discriminatorio: ad esempio esami clinici fatti per ultimi, magari dopo un’intera giornata di digiuno, o persone sottoposte a terapie che non c’entravano nulla con hiv in modo discriminatorio, diverso dagli altri, senza nessuna valida ragione medica.
Test per l’HIV vengono comunemente effettuati senza il consenso del paziente, obbligatorio in Italia, anche in alcuni ospedali della nostra regione.
Sanità e lavoro spesso “si uniscono” al fine di causare ulteriori problemi. Ci sono stati casi, anche nella nostra civilissima Italia e a Bologna, di infermieri sieropositivi che hanno rischiato di perdere il posto a causa di improvvide fughe di notizie, rispetto alle quali la possibilità di tutelarsi è scarsa. Casi di personale sanitario che ha perso o non ha ottenuto il lavoro perché ritenuto, a prescindere da un serio accertamento, non in grado di svolgere una mansione, altri che, pur avendo vinto concorsi, non sono stati poi assunti perché sieropositivi. Altri ai quali sono state cambiate le mansioni e la tipologia del lavoro svolto.
| Campagna: Hiv doesn't discriminate...do you? | ||
Ci sono ancora oggi persone che vengono cacciate da casa, donne o uomini sposati che si ritrovano sole e soli ad affrontare l’infezione, lasciati dai rispettivi coniugi per il timore del contagio.
Non solo ma la paura di essere discriminati porta molti a rifiutare di fare il test per l’HIV, o a rifiutare le terapie.
Che fare?
Sicuramente si rischia ancora molto a rendere pubblico il proprio stato: la perdita del posto di lavoro, della famiglia, della rete sociale di aiuto, l’emarginazione sociale.
In alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, vige il divieto di ingresso alle persone sieropositive, ma anche in alcuni Stati dell’UE vi sono limiti alla possibilità di ingresso delle persone con HIV. Per fortuna almeno questo in Italia non avviene.
Ormai sono oltre 33 milioni nel mondo le persone che vivono con l’hiv. Combattere lo stigma e la discriminazione è importante per fermare la pandemia quanto lo sviluppo di nuovi medicinali.
Superare la discriminazione non è facile, ma attraverso la diffusione di informazioni corrette e, soprattutto, chiare e mirate è possibile riuscirci.
Un primo step può essere messo in opera dalle istituzioni attraverso leggi esplicite ed applicabili che chiariscano quali sono i diritti delle persone sieropositive, molte delle quali ancora oggi non hanno consapevolezza dei loro diritti in campo sanitario, previdenziale, nel mondo del lavoro. In Italia, per esempio, c’è una certa confusione rispetto alla norma 135/90 che è stata in parte sottoposta al giudizio negativo della Corte Costituzionale la cui sentenza (218/94), tuttavia, non ha mai portato ad una chiara modifica della normativa, così che ogni regione la applica in modo diverso.
Le istituzioni devono fornire mezzi potenti di diffusione di informazioni anche su argomenti spesso sottaciuti o tabù come quelli sessuali.
In futuro sarà essenziale anche approntare messaggi, campagne seriamente impegnate nello scopo di ridurre la discriminazione e lo stigma verso le persone sieropositive.
| Convegno HIV+ - Bologna 9-10 maggio 2008 da sin. P. Patané (Arcigay), M. Zanaboni (Ireos) | ||
Noi, Il Cassero e il Pride nazionale, nel nostro piccolo ci abbiamo proviamo e vogliamo continuare a provarci anche grazie alle sollecitazioni venute dal convegno del 9-10 maggio (http://www.bolognapride.it/hivediscriminazioni), che è concluso con successo, così come dalla campagna contro la discriminazione e lo stigma che abbiamo messo in campo.
Finalmente in Italia si è parlato di come e quanto vengono discriminate le persone sieropositive.
Insieme alle persone che vivono con l’hiv, abbiamo cercato di dare delle risposte, di trovare una strada comune per fare argine contro questa grave ingiustizia.
Scopo del convegno, oltre naturalmente fare il punto della situazione, era far emergere, dalla voce dei diretti interessati, un problema vissuto spesso nel silenzio e far si che le associazioni LGBT, i gruppi di persone sieropositive e di lotta contro il virus cercassero e trovassero un linguaggio comune per fermare l’ignoranza e la paura insensate, cause prime della discriminazione.
Sono emersi esempi drammatici di licenziamenti, di trattamenti diseguali in ambito sociale e perfino sanitario, sono stati denunciati interpretazioni di leggi e norme del tutto arbitrarie che ledono il diritto alla cura e tutti i limiti di un sistema sanitario che, in qualche caso, pone più attenzione al denaro che alla vita delle persone con hiv.
Tuttavia sono emersi anche segnali confortanti grazie al coraggio degli attivisti sieropositivi che non si lasciano intimorire né dal virus, né dall’ignoranza, prendono la propria vita per le corna, si danno da fare e lottano per esigere il rispetto dei propri diritti.
Persone che aiutano gli altri, che trattano direttamente con le case farmaceutiche per ottenere prezzi dei farmaci meno esosi ed effetti collaterali meno pesanti.
Anche grazie al convegno, oggi le persone sieropositive sanno di non essere solo un peso, ma di avere un ruolo ed uno spazio nella società, anche se devono esigerlo con forza.
| Campagna Se discrimini perdi gli aspetti positivi - Cassero 2008 | ||
Sono state quindi molto importanti le dichiarazioni di disponibilità completa del responsabile salute di Arcigay, Paolo Patané, del Mario Mieli, Ireos, oltre a 40 associazioni ed enti (tra cui il Ministero e l’ISS) ben rappresentate da più di 100 uditori attenti, che hanno partecipato alle tavole rotonde ponendo domande schiette e dirette.
Un’apertura importante che si è concretizzata nell’interesse verso il progetto, proposto direttamente dal pubblico presente, di un incontro dei cosiddetti “stati generali” centrato sui temi della salute delle persone LGBT, appunto al fine di trovare una strada comune, lasciando finalmente da parte piccinerie e rivalità delle quali si avvantaggia solo il virus HIV.
Affermazioni cui hanno fatto eco le dichiarazioni ferme ed in parte autocritiche del presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso, che ha tratto le conclusioni al termine del convegno, con un invito esplicito a cambiare rotta e lavorare in modo unitario per combattere la discriminazione e il virus
Ora non ci resta che lavorare per organizzare questo incontro e dare finalmente concretezza al documento approvato al Congresso nazionale di Arcigay (www.arcigay.it/prospettive-sulla-nostra-salute), che ha ben definito la salute delle persone omosessuali come elemento strategico della politica di Arcigay.
Bene, è ora di passare ai fatti.
Un primo segnale concreto è stata la realizzazione di un "documento pilota" una sorta di decalogo dei diritti delle persone sieropositive, creato dal basso, come sintesi dei lavori di gruppo realizzati durante il convengo.
Il documento, ancora ovviamente in forma di bozza, verrà sottoposto a tutte le associazioni di lotta contro l'aids e di persone sieropositive, per essere poi redatto e presentato alle autorità sanitarie come una sorta di decalogo, di "linee guida" nate direttamente dal sentire e dalle esigenze delle persone sieropositive.
Sandro Mattioli
Responsabile salute
Arcigay Il Cassero
salute@cassero.it
Cassero — Gay Lesbian Center