Parlare di coming out significa parlare di tante cose, ma sostanzialmente raccontare qualche cosa di noi stessi, un pensiero, un identità o semplicemente una parte di noi, che abbiamo tenuto più o meno segretamente dentro per tanto tempo, con cui abbiamo fatto i conti, magari che abbiamo allontanato, chiudendola fuori da una finestra della nostra mente, per ritrovarcela nuovamente a bussare alla porta del nostro corpo.
Ma le sfaccettature sono tante, le domande anche e non esistono risposte uniche, maniere universali, modelli preconfezionati di coming out. Ognuno ha la sua storia, che è diversa da quella degli altri, ciascuno parlerà del suo coming out in maniera diversa, con motivazioni, persone e situazioni diverse.
Qui cerchiamo di individuare alcuni elementi generali, alcuni ordini di problemi con cui inevitabilmente ci si scontra parlando di coming out, ben sapendo che non è possibile fare un "Manuale del coming out", ma nella speranza che possa essere comunque utile.
Possiamo dire che ci sono tre ordini di problemi fondamentali che riguardano il coming out:
1) il rivelarsi o il non rivelarsi;
2) con chi rivelarsi e con chi no;
3) come, quando e dove affrontare o non affrontare il momento in cui ci si svela.
L'unica risposta da manuale, l'unico "Sì, almeno un coming out al 100% è necessario farlo" riguarda il rivelarsi a se stessi.
Con noi stessi non si transige, abbiamo bisogno di dirci ad un certo punto che siamo gay o lesbiche ed accettarci come tali. Questo passo va fatto, forse è il momento più difficile perché ha a che fare con il superamento del nostro stesso rifiuto dell'omosessualità e dell'idea di essere gay o lesbica, o forse quello più facile, perché coinvolge solo noi stessi, un percorso tutto interiore che non costringe a parlarne con nessun altro.
Certamente è un passo necessario per vivere in pace con se stessi, per volersi più bene e provare ad essere se stessi veramente.
Poi vengono gli altri:
i genitori,
i fratelli e le sorelle,
gli altri familiari,
i partners,
gli amici,
i compagni di scuola,
i colleghi,
i vicini di casa, le persone che conosciamo superficialmente, etc,
il mondo intero.
E qui non esiste più una risposta universale, che va bene per tutti, perché ciascuno deve scegliere se e a chi aprire la porta dello "sgabuzzino", per farlo entrare nel proprio mondo, permettendogli di conoscerci veramente per quello che siamo, e chi invece lasciare dall'altra parte.
Anche rispetto al "come" e al "quando", se con una lettera o con un discorso, se singolarmente o a più persone insieme, se prima, dopo o durante i pasti (come le medicine!), se dirlo seccamente e aspettare una reazione, oppure preparare "il campo&" con libri, film e riviste lasciate in giro o consigliate, etc. è qui che in assoluto non esiste alcuna regola... ognuno trova (e prova) la sua.
L'unica cosa che si può dire è che è più facile dirlo alla decima persona che alla prima, perché di volta in volta "si impara", che in genere è più facile dirlo fuori casa che in famiglia, perché si è meno coinvolti e di amici ce ne sono tanti, ma di famiglie no, che è più facile dirlo ad un'altra persona omosessuale che ad un eterosessuale, che è più probabile che ci capisca un coetaneo che la vecchia nonna novantenne (ma non è sempre così vero!), ma queste sono cose banali, però magari possono essere utili come allenamenti!
Basta solo tenere presente che non esiste un&'unica alternativa, "dirlo a tutti, non dirlo a nessuno" esistono invece mille possibilità. Ciascuno trova, o meglio sceglie, la sua, eventualmente trasformandola nel tempo, magari perché diventa "pronto per dirlo anche a...", oppure perché "non ha più senso non dirlo a...", oppure perché gli viene fatta una domanda diretta, o peggio perché "gira la voce".
In ogni caso, siamo sempre noi a tenere "il coltello dalla parte del manico", siamo noi che decidiamo se, a chi e cosa dire e questo va sempre tenuto presente. Anche se la "è girata la voce", anche se pensiamo che chi ci è attorno sospetti o forse sappia: fino a che non siamo noi a dirlo, rimane sempre un certo dubbio negli altri e questo va tenuto presente, perché ci aiuta ad aspettare più tranquillamente di trovare il momento giusto per dirlo, dal momento che abbiamo ogni diritto di essere noi a decidere quando, come e a chi dirlo. Va sempre tenuto presente, quindi, che fino a che non siamo noi a dirlo "non vale" e che quello che dicono o pensano gli altri sono solo supposizioni e congetture.
Nelle prossime pagine cercheremo di affrontare i diversi aspetti del coming out, affiancandoli ai racconti delle nostre esperienze personali, che presentiamo nella speranza che possano servire non tanto da "modelli" da riproporre, quanto invece come spunti con cui confrontarsi.
Un'ultima cosa, non tanto un consiglio, quanto un'ovvietà, che però è bene tenere presente:
"Si può sempre dire domani quello che potremmo dire oggi, ma non viceversa".
Diciamo questo non perché vogliamo far desistere dal fare coming out, ma per far riflettere, che è sempre meglio aspettare il momento giusto, che magari non è oggi, ma forse invece proprio domani, e quando arriva, anche se improvviso, si sente perfettamente che è arrivato. Ricordate che una volta che ci si dichiara gay o lesbiche a qualcuno, non si può tornare indietro, per cui vale la pena di aspettare sempre il momento giusto.
Aspettiamo i tuoi suggerimenti, le tue impressioni e i racconti delle tue esperienze alla nostra mail: consultorio@cassero.it
Se hai voglia di parlare con qualcuno di questi argomenti puoi chiamare il Telefono Amico Gay, oppure scrivere a telefonoamicogay@cassero.it
Ma le sfaccettature sono tante, le domande anche e non esistono risposte uniche, maniere universali, modelli preconfezionati di coming out. Ognuno ha la sua storia, che è diversa da quella degli altri, ciascuno parlerà del suo coming out in maniera diversa, con motivazioni, persone e situazioni diverse.
Qui cerchiamo di individuare alcuni elementi generali, alcuni ordini di problemi con cui inevitabilmente ci si scontra parlando di coming out, ben sapendo che non è possibile fare un "Manuale del coming out", ma nella speranza che possa essere comunque utile.
Possiamo dire che ci sono tre ordini di problemi fondamentali che riguardano il coming out:
1) il rivelarsi o il non rivelarsi;
2) con chi rivelarsi e con chi no;
3) come, quando e dove affrontare o non affrontare il momento in cui ci si svela.
L'unica risposta da manuale, l'unico "Sì, almeno un coming out al 100% è necessario farlo" riguarda il rivelarsi a se stessi.
Con noi stessi non si transige, abbiamo bisogno di dirci ad un certo punto che siamo gay o lesbiche ed accettarci come tali. Questo passo va fatto, forse è il momento più difficile perché ha a che fare con il superamento del nostro stesso rifiuto dell'omosessualità e dell'idea di essere gay o lesbica, o forse quello più facile, perché coinvolge solo noi stessi, un percorso tutto interiore che non costringe a parlarne con nessun altro.
Certamente è un passo necessario per vivere in pace con se stessi, per volersi più bene e provare ad essere se stessi veramente.
i genitori,
i fratelli e le sorelle,
gli altri familiari,
i partners,
gli amici,
i compagni di scuola,
i colleghi,
i vicini di casa, le persone che conosciamo superficialmente, etc,
il mondo intero.
E qui non esiste più una risposta universale, che va bene per tutti, perché ciascuno deve scegliere se e a chi aprire la porta dello "sgabuzzino", per farlo entrare nel proprio mondo, permettendogli di conoscerci veramente per quello che siamo, e chi invece lasciare dall'altra parte.
Anche rispetto al "come" e al "quando", se con una lettera o con un discorso, se singolarmente o a più persone insieme, se prima, dopo o durante i pasti (come le medicine!), se dirlo seccamente e aspettare una reazione, oppure preparare "il campo&" con libri, film e riviste lasciate in giro o consigliate, etc. è qui che in assoluto non esiste alcuna regola... ognuno trova (e prova) la sua.
L'unica cosa che si può dire è che è più facile dirlo alla decima persona che alla prima, perché di volta in volta "si impara", che in genere è più facile dirlo fuori casa che in famiglia, perché si è meno coinvolti e di amici ce ne sono tanti, ma di famiglie no, che è più facile dirlo ad un'altra persona omosessuale che ad un eterosessuale, che è più probabile che ci capisca un coetaneo che la vecchia nonna novantenne (ma non è sempre così vero!), ma queste sono cose banali, però magari possono essere utili come allenamenti!
Basta solo tenere presente che non esiste un&'unica alternativa, "dirlo a tutti, non dirlo a nessuno" esistono invece mille possibilità. Ciascuno trova, o meglio sceglie, la sua, eventualmente trasformandola nel tempo, magari perché diventa "pronto per dirlo anche a...", oppure perché "non ha più senso non dirlo a...", oppure perché gli viene fatta una domanda diretta, o peggio perché "gira la voce".
In ogni caso, siamo sempre noi a tenere "il coltello dalla parte del manico", siamo noi che decidiamo se, a chi e cosa dire e questo va sempre tenuto presente. Anche se la "è girata la voce", anche se pensiamo che chi ci è attorno sospetti o forse sappia: fino a che non siamo noi a dirlo, rimane sempre un certo dubbio negli altri e questo va tenuto presente, perché ci aiuta ad aspettare più tranquillamente di trovare il momento giusto per dirlo, dal momento che abbiamo ogni diritto di essere noi a decidere quando, come e a chi dirlo. Va sempre tenuto presente, quindi, che fino a che non siamo noi a dirlo "non vale" e che quello che dicono o pensano gli altri sono solo supposizioni e congetture.
Nelle prossime pagine cercheremo di affrontare i diversi aspetti del coming out, affiancandoli ai racconti delle nostre esperienze personali, che presentiamo nella speranza che possano servire non tanto da "modelli" da riproporre, quanto invece come spunti con cui confrontarsi.
Un'ultima cosa, non tanto un consiglio, quanto un'ovvietà, che però è bene tenere presente:
"Si può sempre dire domani quello che potremmo dire oggi, ma non viceversa".
Diciamo questo non perché vogliamo far desistere dal fare coming out, ma per far riflettere, che è sempre meglio aspettare il momento giusto, che magari non è oggi, ma forse invece proprio domani, e quando arriva, anche se improvviso, si sente perfettamente che è arrivato. Ricordate che una volta che ci si dichiara gay o lesbiche a qualcuno, non si può tornare indietro, per cui vale la pena di aspettare sempre il momento giusto.
Aspettiamo i tuoi suggerimenti, le tue impressioni e i racconti delle tue esperienze alla nostra mail: consultorio@cassero.it
Se hai voglia di parlare con qualcuno di questi argomenti puoi chiamare il Telefono Amico Gay, oppure scrivere a telefonoamicogay@cassero.it
Cassero — Gay Lesbian Center